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  • Il Foglio di Villa Greppi

Lotta dura, senza paura: come i giovani si fanno sentire

di Hiba Founoun


Protestare, dal latino “protestari”, significa attestare pubblicamente la propria volontà, manifestare la propria opposizione nei confronti di qualsiasi forma di potestà e suoi principi, al fine di raggiungere le pietre miliari di una democrazia e di una situazione di uguaglianza e pace in tutto il mondo.

Le proteste, indipendentemente dall’appartenenza a culture o regimi differenti, hanno sempre avuto lo stesso obiettivo: farsi sentire.

“Lotta dura, senza paura”, questo urlavano i ragazzi del sessantotto, l’anno dei movimenti studenteschi, gruppi di giovani che protestavano per motivazioni civili, politiche, economiche, sociali, ambientali e culturali.

Col passare degli anni le agitazione studentesche si fecero sempre più forti e, oltre a queste, anche gli scioperi nelle fabbriche; gruppi come “Potere Operaio”, “Lotta Continua” e “Il Manifesto” hanno modellato e plasmato le idee di migliaia di giovani che volevano conquistare l'inclusività e la libertà.

Idee e posizioni che col tempo si sono radicate sempre di più e per le quali, a distanza di cinquant’anni, migliaia di giovani in tutto il mondo si ritrovano ancora a lottare per gli stessi motivi.

La partecipazione alla vita sociale e politica del proprio Paese col passare degli anni però si è diversificata sempre di più e in alcuni casi ha assunto anche un certo carattere creativo.

Come la protesta a Hong Kong del 2014, denominata anche “protesta degli ombrelli”: migliaia di giovani infatti scesero in strada muniti di ombrelli gialli, per difendersi dal gas dei lacrimogeni e dagli spray urticanti utilizzati dalle forze dell’ordine cinese. Il movente di questa protesta fu il “tradimento” delle promesse concesse, dopo che il Regno Unito cedette la sovranità di Hong Kong alla repubblica popolare cinese nel 1997, come il diritto alle elezioni a suffragio universale e il libero accesso alle candidature del 2017.

Nel 2020 in Thailandia, ragazzi e ragazze hanno protestato travestiti a tema Harry Potter contro il governo militare del primo ministro Prayut Chan-O-Cha, a cui hanno associato le foto di Lord Voldemort, il principale cattivo della saga dei maghi, “colui che non dev’essere nominato”. Chiesero che venisse rimosso, che venisse persino trascritta la costituzione, in un Paese nel quale il reato alla lesa maestà viene punito con condanne fino ai 15 anni.

Oltre a ombrelli, bacchette e incantesimi, bisogna considerare che però la possibilità di fare protesta in alcuni Paesi poco liberali, era e continua ad essere molto difficile. A volte è quasi impossibile scendere in piazza per rivendicare i propri diritti, perché si rischierebbe l’arresto o nei peggiori casi la propria vita.

L’avvento dei social media però ha permesso la maggior diffusione di informazioni al fine di mobilitare e sensibilizzare le persone su realtà assai lontane dalle nostre, per mezzo di

fotografie e filmati. Come nella primavera del 2020, che vide sviluppatosi il movimento Black Lives Matter, in difesa della popolazione Afro-americana per lottare (continuamente per secoli) contro le politiche discriminatorie e la spietatezza delle forze di polizia. In piena pandemia, con l’impossibilità appunto di radunarsi per protestare a causa dei contagi, l’uso dei social si è visto crescere sempre di più nei quali migliaia di giovani da parte di tutto il mondo offrirono sostegno e supporto alla black community.

Parlando di pandemia, proprio in queste settimane circolano diversi video provenienti dalla Cina, che ritraggono giovani studenti dell’Università Peking in quello che appare come un vero e proprio rito collettivo. Diversi ragazzi si ritrovano di notte nei campus universitari, si mettono in cerchio chinandosi a quattro zampe e avanzano strisciando. I giovani studenti cinesi rispondono così alla zero-covid policy cinese, imposta dal governo di Pechino che comporta drastiche restrizioni alla mobilità, comprese le chiusure totali delle città. Una

politica vissuta con tanta sofferenza da ragazzi che si sentono rubati gli anni migliori. La loro protesta ha sensibilizzato l’opinione pubblica ed ora in Cina in moltissime città la popolazione manifesta chiedendo le dimissioni di Xi Jinping. Esibiscono fogli bianchi, per evidenziare la censura attuata dal Governo.

Anche l’Iran, proprio in questi giorni, è infuocato da violente proteste per avere un Paese più libero e non soggetto alla legge della Sharia, la legge islamica. Molti stanno morendo e, chi viene fatto prigioniero, è spesso condannato a morte. Riguardo a ciò IL FOGLIO DI VILLAGREPPI ha scritto l’articolo Violenza

in Iran: incettabile!


Come diceva Martin Luther King: “Una rivolta è, in fondo, il linguaggio di chi non viene ascoltato.” La voce dei giovani costantemente ignorata, aspira ad essere sentita da chiunque, è una voce che desidera rivoluzionare il mondo per renderlo più giusto e libero.


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