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#dalpalcodelPiccolo - "Orgasmo": un pranzo a dodici portate

  • Immagine del redattore: Il Foglio di Villa Greppi
    Il Foglio di Villa Greppi
  • 2 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

di Paola Fumagalli


Frammentario. Caotico. Martellante.

Non sono aggettivi esattamente positivi. Eppure, potrebbero essere fra i primi che uno qualsiasi fra gli spettatori di Orgasmo, lo spettacolo in scena dal 24 al 29 marzo al Teatro Studio Melato, utilizzerebbe, appena conclusa la visione, per descriverlo.

Quella di Niccolò Fettarappa è un’opera che, a ritmo serratissimo, bombarda lo spettatore con immagini e parole a tinte invariabilmente forti, fluorescenti; la narrazione, non sempre perfettamente risolta, né consequenziale, conduce, come in un sobbalzante safari su strade sterrate, ad un finale che, per quanto piuttosto lieto, lascia una sensazione di saturazione, la stessa che coglie i commensali dopo certi pranzi di Natale, quando le portate, pur eccellenti di per sé, risultano così ricche, così saporite, così numerose che il K.O. tecnico è inevitabile.

Il messaggio centrale che il regista e interprete dell’opera vuole trasmettere è più che chiaro, anche allo spettatore più distratto, perché viene ripetuto con una ricorrenza assillante dall’inizio alla fine: la società in cui viviamo sta perdendo progressivamente il contatto con la propria parte più istintiva, si sta lasciando sedurre, anziché dai corpi e dall’irruente foga delle pulsioni fisiche, dall’efficiente freddezza di cifre e bilanci; un nuovo piacere, che soppianta quello sessuale, viene raggiunto quando si conquista e si annota ordinatamente sull’agenda un nuovo goal professionale; è così che, nel nuovo universo globalizzato, delocalizzato e post-capitalista, l’aumento della produttività e l’efficienza lavorativa, diventati ormai compulsione, sono e saranno sempre più i surrogati dell’orgasmo.


Niccolò Fettarappa (al centro) sul palco insieme a Lorenzo Guerrieri, Gianni D'Addario e Rebecca Sisti in una scena di "Orgasmo", cui gli studenti e i docenti che aderiscono al progetto Greppi@Piccolo hanno assistito venerdì 27 marzo 2026. (foto di Matilde Piazzi - fonte: sito web piccoloteatro.org)
Niccolò Fettarappa (al centro) sul palco insieme a Lorenzo Guerrieri, Gianni D'Addario e Rebecca Sisti in una scena di "Orgasmo", cui gli studenti e i docenti che aderiscono al progetto Greppi@Piccolo hanno assistito venerdì 27 marzo 2026. (foto di Matilde Piazzi - fonte: sito web piccoloteatro.org)

E tuttavia ciò che, alla chiusura del sipario, lascia spiazzati e in parte anche frustrati è la sensazione che, dentro lo spettacolo, accanto a questo messaggio, ci sia molto altro, e che tuttavia, nella frenetica successione delle scene e delle battute, non si sia riusciti a coglierlo; si lascia la sala convinti che qualche battuta, qualche spunto siano andati persi, che quel ritmo indiavolato abbia impedito di lasciar sedimentare nella memoria qualcosa di importante, che avrebbe dato a quella certa scena un senso più chiaro o più profondo.

Qua e là, fortunosamente, si colgono cenni interessanti, come, a titolo di esempio, la ricorrente presenza, nelle battute dei personaggi, specie in alcune scene, di una cortesia untuosa, di una pruderie ostentatamente ingenua, di un moralismo bigotto e portato ben oltre i limiti dell’ironia; raramente le battute oltrepassano i limiti della convenienza, della disciplinata osservanza delle regole sociali; benché il titolo dello spettacolo esibisca provocatoriamente un tema, quello della sessualità, di fatto il sesso compare in scena addomesticato, privato dei suoi aspetti più torbidi e animaleschi. Difficile non pensare che il progressivo allontanamento dall’orgasmo abbia un qualche collegamento con la retorica, dilagante nella nostra società, del politically correct; impossibile non lasciarsi sorprendere dall’idea che il filtro, o per meglio dire il bavaglio, imposto al nostro linguaggio stia compromettendo la nostra capacità di comunicare (e quindi di vivere) le nostre pulsioni più selvagge.

Ed è altrettanto interessante, nella parte iniziale dello spettacolo, l’ossessione dei protagonisti per gli arredi domestici, iper-tecnologici, moderni e, soprattutto, portatori di strampalati messaggi: in camera da letto, sul cuscino, una scritta, in cucina, sulla tazza, un’altra. I protagonisti, censurando una dimensione essenziale della loro natura, diventano sempre meno interessati a (e sempre meno capaci di) comunicare a fondo con i loro simili e finiscono così per comunicare con gli oggetti, muti interlocutori che, di fatto, non possono interagire con loro, ma, in un soliloquio sempre uguale a se stesso, garantiscono risposte rassicuranti, prevedibili.


Il marito della coppia in crisi di "Orgasmo" scatena la propria invettiva contro un cuscino che riporta una scritta, come tanti altri oggetti presenti nella loro casa. (foto di Masiar Pasquali - fonte: sito web piccoloteatro.org)
Il marito della coppia in crisi di "Orgasmo" scatena la propria invettiva contro un cuscino che riporta una scritta, come tanti altri oggetti presenti nella loro casa. (foto di Masiar Pasquali - fonte: sito web piccoloteatro.org)

Ai pochi fortunati che hanno colto questi, o altri spunti deve essere capitato di sentirsi su per giù come quando alle giostre, da bambini, sui seggiolini volanti, acchiappavano al volo il trofeo agganciato al sostegno.

Ma perché costruire uno spettacolo che impone al pubblico una fruizione così bulimica, così frenetica? Perché costringerlo alla superficialità?

Queste domande mi hanno tormentata a lungo, mentre lentamente digerivo il lauto pranzo. Ho cercato in rete altre recensioni, altre informazioni, altre opinioni. Mi sono confrontata con altri spettatori, ho provato a formulare delle risposte.

Credo di aver apprezzato molto di più Orgasmo in questa fase che in quell’ora e mezza in cui, seduta alla mia poltrona, ho assistito ad una rutilante, caotica successione di parole e immagini. Del resto, uno spettacolo che sia in grado di suscitare dubbi, di provocare riflessioni, di sollecitare domande è, già di per sé, degno di essere visto. Se poi le risposte arrivano, magari anche a distanza di tempo, ancora meglio.

Proverò a sintetizzare quelle che ho imbastito.


Lorenzo Guerrieri (a sinistra) e Gianni D'Addario (a destra) in una delle frenetiche scene di "Orgasmo"			(foto di Masiar Pasquali - fonte: sito web piccoloteatro.org)
Lorenzo Guerrieri (a sinistra) e Gianni D'Addario (a destra) in una delle frenetiche scene di "Orgasmo" (foto di Masiar Pasquali - fonte: sito web piccoloteatro.org)

L’orgasmo evocato nel titolo è, credo, una metafora. È da intendere sicuramente in senso sessuale, ma anche in senso molto più ampio, come capacità di esplorare la realtà (le persone, i problemi, i messaggi) anche nei suoi lati profondi, oscuri, liberi da ogni freno, nei suoi significati nascosti, insondabili, palpitanti di emozioni irrazionali, di contraddizioni insanabili, a volte inconsce, ma sempre umanissime.

E tale capacità, come lo spettacolo evidenzia efficacemente, viene sempre più messa in ombra dalla dilagante tendenza a considerare, della realtà (e, quindi, dei messaggi, delle persone, dei problemi) solo le evidenze oggettive, razionali, misurabili, quelle immediatamente individuabili, categorizzabili in un hashtag o quantificabili in un bilancio. Più che letta, la realtà oggi viene inquadrata e scannerizzata, in un processo che non richiede più di qualche secondo.

Processiamo ogni giorno, scrollando il telefono, una quantità enorme di immagini, messaggi, scene, ma non ne cogliamo che la superficie smagliante; senza rendercene conto, finiamo per guardare ai contenuti con la stessa profondità con cui li giudica un algoritmo.

E Orgasmo, con il suo ritmo frenetico, costringe lo spettatore proprio a questo tipo di esperienza, quella della perdita, della frustrazione; forse la sua scommessa è proprio quella di portare tutti i presenti in sala a prendere coscienza di tutto ciò che, in mezzo ai messaggi, alle persone, ai problemi che ogni giorno incontrano, si stanno lasciando sfuggire.

Quel senso di saturazione che quasi stordisce e lascia interdetti alla chiusura del sipario, così, diventa una parte essenziale del messaggio e il suo principale limite si trasforma in un punto di forza.

Credo che il prossimo spettacolo di Fettarappa vada atteso con alte aspettative e una certa fiducia, un po’ come il prossimo pranzo di Natale a dodici portate: due esperienze forti, ma che indubbiamente si conservano, specie a distanza di tempo, fra i ricordi lieti.



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