• Il Foglio di Villa Greppi

Revenge porn: una violenza social

di Elena Battista


Quando una relazione termina, può capitare, purtroppo, che uno dei due partner commetta atti di violenza nei confronti dell’altro per minacciarlo e spaventarlo. Un esempio è il “revenge porn”, anche conosciuto come “pornografia non consensuale” ed è un abuso attraverso immagini o video a sfondo sessuale che vengono condivisi senza il consenso della persona ripresa. Sfortunatamente negli ultimi anni, grazie anche nei social, questo fenomeno è aumentato sempre di più, e già dal 2019 è diventato un vero e proprioreato punibile per legge.

Ma cos’è precisamente il “revenge porn”? Esso è la diffusione di immagini private o nudi, originariamente inviati al proprio partner, il quale le ha poi diffuse ad altri con l’obbiettivo di denigrare l’ex persona amata, oppure semplicemente per vantarsi con gli amici; potrebbero anche essere video o fotografie realizzati di nascosto senza il consenso della persona coinvolta.

Entrambi i sessi sono colpiti da questo abuso anche se, secondo degli studi del Ministro dell’Interno, più dell’80% delle vittime sono donne perseguitate da ex fidanzati o ex mariti. Chi commette il reato è a conoscenza delle conseguenze del loro gesto sulla vittima, la quale subisce spesso non solo la distruzione della sua reputazione, ma anche della stessa vita.

Un esempio è quello di Tiziana Cantone, uno dei primi casi, risalenti al 2016, che fece parecchio scalpore, perché, dopo che i suoi video girati con l’ex fidanzato furono diffusi in rete, la ragazza venne ritrovata morta in circostanze non ancora chiare. Le vittime sono, infatti, dilaniate dalla vergogna e questo succede perché spesso sono loro che vengono giudicate per gli atti sessuali che sono stati resi pubblici e dovevano invece rimanere in una sfera intima privata.

Come già anticipato prima, il reverge porn, grazie alla legge 69 del 19 luglio 2019, è diventato punibile penalmente e il testo recita: “Il delitto di diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti senza il consenso delle persone rappresentate, è punito con la reclusione da 1 a 6 anni e la multa da 5.000 a 15.000 euro; la pena si applica anche a chi, avendo ricevuto o comunque acquisito le immagini o i video, li diffonde a sua volta al fine di recare nocumento agli interessati. La fattispecie è aggravata se i fatti sono commessi nell’ambito di una relazione affettiva, anche cessata, o con l’impiego di strumenti informatici”.

Ad oggi, nonostante l’entrata in vigore della legge, i casi di “vendetta pornografica” continuano a essere tanti. Si stima, grazie ad alcuni studi della Direzione della Polizia Criminale, che ci siano2 episodi ogni 24 ore. I dati, però, non sono certi perché spesso chi subisce queste umiliazioni non denuncia per paura di ricevere un’ulteriore violenza e, per proteggersi da un eventuale imbarazzo, decidono di tacere.

Se ci si dovesse trovare in una situazione di questo tipo è importante ricordare che bisogna denunciare il prima possibile i fatti per poter bloccare le foto o i video; per fare ciò bisogna rivolgersi ai Carabinieri e presentare una querela (la vittima ha 6 mesi di tempo per poterla sporgere). Successivamente la notizia di reato verrà comunicata all’Autorità giudiziaria, e verranno svolte le indagini per verificare la veridicità dell’accusa. La vittima, entro tre giorni, verrà, poi, ascoltata direttamente dal Pubblico Ministero.

Un altro aiuto è l’Associazione https://www.permessonegato.it/ per assistenza alle vittime digitali.

Nonostante ciò, il primo passo per affrontare questo problema è educare le persone a smettere di giudicare qualcuno per come decide di gestire il proprio corpo o per le loro esperienze e scelte sessuali. Inoltre, se si ha paura che le proprie foto intime, o video, circolino in rete, bisogna stare molto attenti con chi si condividono.

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