Bruciare i libri ieri, bruciare la mente oggi: da Kästner a Carrisi, la minaccia che ritorna
- Il Foglio di Villa Greppi

- 5 ore fa
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di Gabriella Montali
Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 9 febbraio, Donato Carrisi – tarantino, maestro del thriller e acutissimo osservatore dei meccanismi della mente umana – risponde a una domanda che ha il sapore della provocazione filosofica: Quando verrà pubblicato l’ultimo libro nella storia dell’umanità?
La sua risposta è lapidaria: “Finché ci saranno esseri umani, ci sarà sempre bisogno di raccontare storie. Io non mi preoccupo dell’oggetto libro, che si evolve. Mi preoccupo che ci sia qualcuno capace di capire quello che legge. Prima si bruciavano i libri, adesso si brucia la mente delle persone.”
Alla successiva domanda – Siamo prossimi al momento in cui saremo talmente fulminati da non saper più leggere? – Carrisi replica senza esitazioni:
“Se non investiamo nella cultura, lo vedo imminente.”
Da Kästner a Carrisi: una stessa ferita, due epoche diverse
Queste parole risuonano come un’eco inquietante della celebre frase di Erich Kästner, che il 10 maggio 1933 assistette in silenzio alla distruzione pubblica dei suoi libri dati alle fiamme nei roghi nazisti. Kästner scrisse che, ordinando di bruciare i libri, la Germania aveva bruciato il proprio spirito. Era Selbstmord, suicidio culturale.

Il parallelo tra la denuncia di Kästner e l’allarme di Carrisi è sorprendentemente attuale: cambia la forma della minaccia, non la sua essenza. Se per Kästner il fuoco era reale, fisico, oggi per Carrisi è invisibile, immateriale – e forse proprio per questo più devastante.
Dal rogo delle idee alla combustione della mente
Carrisi coglie un punto decisivo: non è più il libro l’oggetto dell’attacco, ma il lettore.
Dal medium al soggetto.
Prima si distruggeva il supporto materiale che conteneva idee; oggi si erode la capacità stessa di comprenderle. Il libro non muore: muore la competenza di leggerlo davvero.
La “bruciatura immateriale”.
I social network, con la loro logica di gratificazione immediata, e gli algoritmi che selezionano al posto nostro ciò che vediamo, creano un incendio senza fiamme. “Bruciano” la concentrazione, la profondità del pensiero, la tolleranza per la complessità.
Consumiamo informazione a colpi di titolo, slogan, video da 5 secondi: il contrario dell’esperienza del leggere.

Social network e intelligenza artificiale: la nuova minaccia?
Carrisi non demonizza la tecnologia, ma mette in guardia da un rischio crescente: la delega del pensiero. Due fenomeni sono particolarmente pericolosi:
La delega cognitiva.
Se demandiamo all’IA la formulazione delle idee, la scrittura, perfino la riflessione, il pensiero critico si atrofizza. Non è un attentato improvviso, ma un lento spegnimento.
Le eco-chambers algoritmiche.
Gli algoritmi ci mostrano solo ciò che già crediamo. È una forma di “auto-incendio” culturale: si riduce la curiosità, si elimina il confronto, svanisce la capacità di sopportare punti di vista diversi.
E la letteratura – fatta di complessità, ambiguità e dialogo – nasce proprio da questo.
Il nuovo “suicidio culturale”: non imposto, ma scelto
Qui si situa il cuore del problema. Il rogo del 1933 fu un atto di violenza di uno Stato. La combustione di oggi è più subdola: avviene con il consenso distratto di tutti noi.
Non è più un governo a bruciare libri: è la società stessa che, smettendo di leggere, di approfondire e di investire nella cultura, lascia spegnere la propria mente. È una forma di autodistruzione lenta, quotidiana, spesso impercettibile.
Carrisi lo riassume con una sentenza che pesa come un verdetto: se non investiamo nella cultura, la catastrofe è imminente.
Una domanda inquietante
Alla luce di tutto ciò, una riflessione diventa inevitabile: la capacità di concentrarsi, leggere e capire ciò che si legge è ormai un privilegio di pochi?
E il resto della società? Rischia forse di “bruciare” nel rumore digitale, in un rogo senza fiamme che consuma non i libri, ma gli esseri umani?





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