Raheleh Moeini - storia di una ragazza ribelle
- Il Foglio di Villa Greppi

- 7 ore fa
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di Giulia Galimberti e Alessia Penati
Al giorno d’oggi si parla tanto della libertà e dei diritti che noi spesso diamo per scontati, ritenendoli inviolabili e indiscutibili; spesso crediamo che tutto ci sia dovuto e che nulla debba esserci negato, perché siamo convinti che saremo sempre tutelati. Noi oggi, però, vorremmo parlare della realtà concreta, mettendo da parte l'astrattezza delle opinioni comuni di chi non pensa che a sé stesso e a tutto quello che già possiede. Persone così spesso non ricordano che c’è qualcuno che non ha idea di che cosa significhi la parola “libertà”; è qualcosa che sembra lontano, se parliamo di distanze in kilometri, ma che in realtà è vicino a noi per un legame di appartenenza che ci unisce in quanto esseri umani. Ecco perché vogliamo raccontarvi la storia di Raheleh Moeini, studentessa laureata che vive a Milano.

È l’8 gennaio quando Raheleh Moeini, rientrata in Iran per passare le vacanze di Natale con la propria famiglia, decide di recarsi, insieme a una conoscente, nella piazza di Teheran, da dove non farà più ritorno. L'obbiettivo di quella sera è uno solo: protestare contro il regime dittatoriale di Ali Khamenei. Le due, però, vengono colpite dalle pallottole dell’esercito. Tentano la fuga, chiamano un amico ad aiutarle, ma, al suo arrivo, sono già sparite; la loro scomparsa sarà presto denunciata dalle famiglie.

Raheleh è un po’ come le ragazze ribelli protagoniste delle nostre storie: vuole essere libera, come è giusto che sia. A Milano fa la modella ed è anche laureata in ingegneria biomedica, in Iran decide di non indossare il velo e di protestare contro la disuguaglianza e la mancanza di libertà e di diritti nel suo paese. Forse, il lettore penserà che tutti gli individui in una situazione del genere dovrebbero avere un simile coraggio, ma è facile parlare restando seduti comodamente su un divano. C’è però qualcuno che, nonostante tutto, non demorde, come dimostrano le proteste verificatesi in Iran all'inizio di quest'anno e come vediamo per esempio in questo commento, scritto da Raheleh dopo l'uccisione di Mahsa Jina Amini, ragazza arrestata durante una protesta e morta in circostanze sospette: «Questo regime ha perso, non abbiamo paura di loro».

Anche Raheleh è stata arrestata, come viene notificato alla famiglia dopo un mese di attesa. Le ONG dichiarano che è in condizioni critiche, sia psicologiche che fisiche: riesce a malapena a camminare. I censori le hanno chiuso i profili social, sperando di spegnere la sua voce; si dimenticano, però, di bloccarle Linkedin: su quest’ultimo social la ragazza scrive slogan di libertà, fa sentire la sua voce, non si dà per vinta.
Al momento, Raheleh si trova nel carcere di Qarchak, a Teheran, ma non abbiamo ulteriori aggiornamenti, anche a causa della situazione tragica e confusa provocata dal recente e tragico scoppio della guerra nel paese.
Questa è solo una delle tante storie simili che si possono raccontare. Dobbiamo però ricordarci che tutti possiamo fare la nostra parte e contribuire a queste cause. Perciò, ci chiediamo: sono questi gli articoli che dobbiamo continuare a scrivere, gli avvenimenti che dobbiamo continuare a ricordare, gli argomenti che dobbiamo continuare a trattare? La risposta è sì. In tempi di guerra e disuguaglianza come questi, il silenzio è il nemico più potente: non lasciamo che Raheleh ne diventi l'ennesima vittima.




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