Indagine sociologica: che cosa si pensa al Greppi di Gaza
- Il Foglio di Villa Greppi

- 16 ore fa
- Tempo di lettura: 7 min
di Irene Bock e Noemi Sandonato - Gruppo Gaza
Oltre alla mostra del fotoreporter Paolo Trainito e agli incontri informativi in aula magna, il Gruppo Gaza, nato quest’anno al Greppi, ha organizzato anche altre attività per dar vita a un dialogo all'interno della comunità scolastica. E' stato preparato e diffuso, infatti, un questionario per conoscere le opinioni e le riflessioni dei villagreppini e delle villagreppine sul conflitto israelo-palestinese. L’indagine ha dato risultati sorprendenti, che sono stati rielaborati in un secondo momento da un piccolo gruppo di studenti e professori. Il focus della discussione è stato su alcuni dati e quesiti, riguardanti in particolare le fonti di informazione più utilizzate dagli studenti, i tipi di presa di posizione riguardo la questione, la definizione di “Hamas” e il numero di studenti e studentesse che hanno risposto al sondaggio.
A partire dal 10 ottobre 2025, giorno in cui è entrato ufficialmente in vigore il "cessate il fuoco" a Gaza, ci sono state almeno altre 500 vittime degli attacchi dell'esercito israeliano. Eppure, non è difficile notare come, da ottobre ad oggi, l'interesse generale per la situazione sembra essere diminuito. Anche nella nostra scuola l‘interesse non sembra essere molto alto: considerando i 1272 studenti e gli oltre cento lavoratori, tra docenti e personale ATA, soltanto 62 persone hanno partecipato all'indagine sull'argomento condotta dal Gruppo Gaza, ossia solo poco più del 4% del totale. Questo risultato ha impedito in parte di avere una visione completa del punto di vista degli studenti e del personale, ma, d'altra parte, è un'importante testimonianza del calo d'interesse.
Anche all'interno del Gruppo Gaza stesso la partecipazione è diminuita nel tempo. Una causa di questo mutamento può essere ritrovata sicuramente nel modo in cui il discorso mediatico intorno al conflitto è cambiato. Secondo un'indagine di InsideOver, la copertura social delle principali testate giornalistiche italiane relativa al genocidio a Gaza ha registrato una riduzione media dell'84% rispetto al periodo precedente la firma della tregua tra Israele e Hamas. Questo ha fatto sì che molte persone, soprattutto chi non era solito informarsi in autonomia, dopo aver sentito la notizia della tregua, accompagnata solo da un limitato numero di informazioni riguardo ai nuovi attacchi, pensassero che la situazione fosse praticamente risolta.
Il modo in cui questa vicenda viene trattata sui social ha sicuramente un impatto enorme sulle persone, soprattutto perché, com'è emerso dall'indagine, quasi i 2/3 dei villagreppini e delle villagreppine si informa proprio sui social. Tuttavia, più o meno la metà di questi si informa anche tramite i telegiornali, spesso mettendo a confronto le informazioni per avere un quadro più completo della situazione, siccome i contenuti trasmessi sia in televisione che online vengono ritenuti per lo più affidabili, ma non completamente. Al contrario, c'è anche chi esclude totalmente questa possibilità, perché i telegiornali vengono ritenuti molto più schierati e propagandistici: "Sono decisamente più affidabili i contenuti online. Non mi interessa farmi lavare il cervello dalla propaganda dei telegiornali.
In ogni caso, indipendentemente dai mezzi scelti, tutti ritengono che informarsi adeguatamente sia necessario per prendere posizione in modo consapevole. Dall'indagine è emerso, infatti, che quasi nessuno ritiene giusto rimanere neutrali, considerata la grande crisi umanitaria in corso e poiché è doveroso per un buon cittadino partecipare attivamente alle questioni sociali. Tuttavia, una decina di intervistati hanno anche specificato di non volere assumere una posizione troppo "estrema" o espressa in modo eccessivamente aggressivo o esplicito, qualcuno sostiene anche che la libertà di rimanere neutrali vada garantita.
A questo proposito, alla domanda "È corretto rimanere neutrali o bisognerebbe prendere posizione?", c'è chi ha risposto "Si può prendere posizione anche senza manifestare (riferito alla domanda precedente - non ho partecipato a manifestazioni non perché non mi hanno toccato, ma perché non rientra nel mio modo di agire)" oppure "È corretto, ma non credo questo sia il modo (le manifestazioni)".
Da ciò si nota come le manifestazioni non vengano molto apprezzate, come sottolinea anche il fatto che solo il 24% delle persone abbia risposto "Manifestando/scioperando" alla domanda dell'indagine "Come è meglio prendere posizione?".

Questa sfiducia riguardo le proteste di massa non sorprende affatto. Infatti, nonostante la grande affluenza di persone nelle molte manifestazioni organizzate soprattutto tra settembre e novembre 2025, che in alcuni casi hanno contato centinaia di migliaia di persone, parte dell’opinione pubblica, di ogni età e fascia sociale, è sempre molto critica a riguardo e, con il passare del tempo, il giudizio generale sembra solo aggravarsi. Uno studio del 2024 di Amnesty Italia, infatti, ha sottolineato che il 48% delle persone intervistate vede le manifestazioni solo come un passatempo o una moda, e che il 17% non ritiene che tutti debbano avere il diritto di manifestare, nonostante questo sia un diritto garantito dalla nostra Costituzione. Si potrebbe ipotizzare che questo dipenda anche dalla narrazione dei principali mass media intorno ad esse, che tende a focalizzarsi sugli "effetti collaterali" delle proteste, ovvero scontri con le forze armate, danni alle strutture e polemiche, piuttosto che sulle loro motivazioni, e ad usare toni e termini molto critici e poco neutrali per riferirsi sia all’evento sia ai partecipanti.
Dall'indagine svolta a scuola è risultato che la maggioranza ritiene che il miglior metodo per prendere posizione sia "Condividere informazioni e parlare dell'argomento", mentre solo un numero molto limitato di persone ha preferito "Partecipando ai boicottaggi". Questi dati, uniti ai precedenti, evidenziano come ad essere ritenuti adatti siano principalmente i metodi più indiretti, che non combattono o trasformano attivamente lo stato attuale delle cose, rispetto ai metodi diretti e con effetti tangibili, che comportano l’impegno personale attivo o il cambiamento del proprio comportamento e delle proprie abitudini.

Considerato il modo limitato e ipercritico in cui i media e social parlano di questo tipo di azioni, non di rado con l'apposito scopo di screditarle, è facile capire perché non venga compresa l'efficacia che hanno quando sono promosse in modo attento e consapevole.
Questa visione critica delle manifestazioni, spesso accompagnata dall'idea della loro inutilità, influisce probabilmente anche sullo stato emotivo degli individui riguardo alla situazione. In più della metà delle risposte risultano, infatti, sentimenti fortemente pessimistici e di preoccupazione per il futuro. Secondo alcuni, il conflitto non terminerà mai, poiché troppo complesso per trovare un equilibrio e una pace duraturi, ma anche per via del disinteresse degli Stati stessi a trovare un accordo definitivo, e, per questo, molti temono che si perderà gradualmente interesse verso la vicenda, arrivando al punto di smettere di parlarne, o che si arriverà perfino allo sterminio totale della popolazione palestinese. Molte altre persone hanno anche sottolineato la paura di un ampliamento del conflitto, con il successivo coinvolgimento diretto di altri Stati (compresa l'Italia).
Le persone con una visione vagamente ottimista sono in numero molto minore e, tra queste, la maggioranza spera e crede nella soluzione "due popoli-due stati", ovvero quella che mira a risolvere il conflitto israeliano-palestinese creando due stati separati e indipendenti (Israele, ebraico, e Palestina, arabo).
Se le visioni pessimistiche si basano su timori concreti e realistici, c'è anche chi, invece, basa la propria visione su elementi più astratti. Una delle risposte alla domanda "Cosa ti aspetti che succederà in futuro?" è stata, infatti, "Nulla di buono finché ci saranno aschenaziti cazari su questo pianeta". Questa affermazione si lega ad una teoria controversa di Arthur Koestler, esposta nel libro del 1976 "La tredicesima tribù", la quale si propone di porre fine all'antisemitismo, dimostrando che il gruppo degli ebrei ashkenaziti (ossia il gruppo etno-religioso prevalente al giorno d'oggi tra gli ebrei) non abbia davvero origini semite. Infatti, secondo Koestler, questo gruppo deriva dall'élite dei Cazari (popolo turco semi-nomade) che si era convertita all'ebraismo col passare del tempo. Gli individui appartenenti a questo gruppo di Cazari convertiti sarebbero poi diventati, secondo la teoria, gli stessi che oggi occupano ruoli di grande rilevanza economica e politica. Costoro, dopo la Seconda guerra mondiale, avrebbero influenzato il processo decisionale che portò gli Stati vincitori a fondare lo Stato di Israele e a realizzare il progetto sionista, fondato su un forte fanatismo ideologico e ostile verso gli "ebrei originali", non-sionisti, poiché radicati a un senso di identità collettiva che non necessita della convivenza in uno stesso Stato. Questa teoria è stata diffusamente criticata e in sostanza smentita nel corso degli anni dalle ricerche storiche, ma, in ogni caso, è importante ricordare che, per quanto sia indispensabile conoscere la storia e l'origine dei fenomeni, le interpretazioni devono basarsi su una conoscenza ampia e documentata e non devono essere usate per giustificare atti di discriminazione o banalizzazione.
L’indagine ha anche rivelato opinioni contrastanti sulla definizione di Hamas. Molti lo definiscono infatti come un gruppo terroristico, altri come una forma di resistenza, altri ancora sostengono che è un partito politico eletto. C’è chi giustifica i modi utilizzati da Hamas e chi, invece, li condanna, considerandoli sbagliati e disumani.
Dai risultati del questionario, è emersa, oltre alla varietà di pensieri esistenti nel nostro ambiente scolastico, forse anche la confusione causata dai media, in cui è difficile separare le notizie vere da quelle distorte. È normale, dunque, che ci sia una certa insicurezza nel dare una definizione precisa di Hamas per diverse ragioni. In primo luogo, come affermato precedentemente, non è sempre semplice distinguere, tra le fonti di informazione, notizie imparziali da opinioni personali. Questo porta, forse, alla paura di essere giudicati o additati con appellativi che non ci rappresentano solo per aver espresso un’opinione ben precisa. In secondo luogo, probabilmente sono poche e basilari le conoscenze sul tema, che di nuovo provocano il timore di fare errori nell’esprimersi. Questa paura di sbagliare è comprensibile, data l’importanza del tema discusso, oltre che molto diffusa e trasversale. È infatti una preoccupazione che è spesso presente nei ragazzi e non solo. Lo abbiamo visto anche quando gli stessi governi, europei e non, hanno faticato, e faticano tutt’ora, a definire “genocidio” ciò che sta accadendo in Palestina, nonostante su tale crimine stia indagando la CGI (Corte Internazionale di Giustizia). Si tratta probabilmente della stessa soggezione provata da molti quando viene sollecitata una presa di posizione, come abbiamo visto dai risultati al quesito del Form “Come è meglio prendere posizione?”.
I dati raccolti dal questionario, dunque, oltre a fornire una fotografia delle opinioni dei villagreppini e delle villagreppine sono un invito all’informazione consapevole. Se, infatti, la confusione e il timore del giudizio e dell’ignoto rischiano di paralizzare il dibattito, la soluzione sono il confronto e lo studio. Inoltre, l’indagine condotta nel nostro istituto ci restituisce un’immagine chiara: la volontà di capire deve superare la paura di esprimersi e il timore di prendere posizione.





Commenti