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Dall’Inferno a Gaza: "e se non piangi, di che pianger suoli?"

  • Immagine del redattore: Il Foglio di Villa Greppi
    Il Foglio di Villa Greppi
  • 13 ore fa
  • Tempo di lettura: 2 min

di Chiara Castelletti


Un uomo, il capo cinto dalle braccia di un altro uomo, stringe al petto uno zainetto azzurro, gli occhi chiusi, i denti serrati in un dolore che si aggrappa a ciò che rimane.



È il volto di un uomo che piange la morte del proprio bambino. Leggo che si tratta del padre di Jad Suleiman, otto anni, ucciso a Jabaila, nel nord della Striscia di Gaza, da un attacco aereo israeliano mentre stava andando a scuola. La foto è stata scattata dal fotografo palestinese Mahmoud Abu Hamda durante la cerimonia dell’addio.

 

La guardo con intensità, più di qualsiasi altra immagine in cui mi sia imbattuta di recente, poi sfoglio le pagine dell’Inferno di Dante: trovo quello a cui la mia mente stava correndo. Inferno, canto XXXIII, verso 42:

 

e se non piangi, di che pianger suoli?

 

L’analogia non è del tutto calzante, eppure non posso fare a meno di ritornare a quel verso. In quel passo, nei più infimi recessi dell’inferno, Dante ascolta il conte Ugolino narrare la propria tragedia: rinchiuso nella torre dei Gualandi con i propri figli, è condannato ad assistere alla morte di ognuno di loro per fame, prima che sopraggiunga la propria. Quando il racconto giunge al momento in cui al padre si rivela, con terribile evidenza, l’orrore della sorte che attende lui e i suoi bambini, ecco che rivolge al poeta, con tono perentorio, quella esclamazione, quel rimprovero: ben se’ crudel, se tu già non ti duoli / pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava; /e se non piangi, di che pianger suoli?

 

Ugolino si rivolge a Dante, ma Dante parla a noi lettori.


Certamente, se avvicinare Gaza a una dimensione infernale non è inverosimile, quella foto non corrisponde in alcun modo alla crudezza e alla ferocia con cui viene rappresentato non solo il dannato dantesco, ma la sua intera vicenda. Eppure quelle parole risuonano con limpida essenzialità: se la tragedia dell’amore impotente ci lascia indifferenti, se non soffriamo di fronte all’evidenza di un’ingiustizia commessa, in cosa consiste la nostra umanità?

 

Poco importa, in questo caso, che Dante ne faccia un’invettiva contro gli odi politici, che nelle loro bieche vendette di parte coinvolgono vittime innocenti. Lasciamo da parte “guelfi” e “ghibellini”; è evidente che in Palestina la politica cede il passo alla coscienza, di fronte al quotidiano esercizio della violenza e dell’oppressione. Vale, invece, ritornare all’immagine di un padre prigioniero che, dopo aver visto cascar ad uno ad uno i propri figli, brancola già cieco sopra i loro corpi, e a quella di un altro uomo, altrettanto prigioniero, che serra gli occhi e stringe a sé uno zainetto azzurro.

 

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