L’abisso azzurro trasformato in una trappola: la tragedia dei sei sub alle “isole paradisiache”
- Il Foglio di Villa Greppi

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di Nike De Quattro
Immagina di essere uno dei biologi marini e degli istruttori subacquei più stimati in Italia. Hai passato anni a studiare il mare, hai un'esperienza enorme e inizi la tua giornata in un atollo paradisiaco, quello di Vaavu, alle Maldive, consapevole del fatto che farai un'immersione fantastica insieme a colleghi fidati e, soprattutto, a tua figlia. Ti tuffi in un'acqua cristallina, sicuro di avere tutto sotto controllo. Qualche ora dopo, sulla barca safari Duke of York, cala il silenzio: cinque sub non sono mai riemersi. L'allarme scatta alle 13:45, ma i soccorsi si trasformeranno in un incubo che costerà la vita anche a un sergente militare della Guardia Costiera locale.
Questa è l’agghiacciante storia della tragedia sottomarina di Alimathà.

Il gruppo era composto da professionisti e appassionati legati da un profondo amore per il mare. Tra loro c'era Monica Montefalcone, stimata professoressa e ricercatrice dell’Università di Genova, e sua figlia Giorgia Sommacal, di soli 23 anni. Insieme a loro Muriel Oddenino, ricercatrice piemontese di 31 anni, e gli istruttori subacquei Gianluca Benedetti e Federico Gualtieri. Chi conosceva Monica la descriveva come una delle migliori sub in circolazione, una che "era un tutt'uno con il mare". Eppure, quando accadono incidenti simili, il rischio è sempre quello di giudicare tutto in modo troppo semplice: da una parte chi giudica e dà subito colpa, dall’altra chi parla di "fatalità inevitabile". Ma la realtà è molto più complessa.
Nelle ultime settimane, si è parlato di rebreather, miscele particolari, narcosi o guasti improvvisi. Eppure, analizzando i dati oggettivi dell'immersione presso grotta di Dhekunu Khandu, emerge una dinamica molto più semplice e matematica: il gruppo è sceso a circa 50-60 metri di profondità usando normali bombole singole da 12 litri caricate ad aria. E già questo, per qualsiasi esperto, è un elemento critico. Una bombola da 12 litri, infatti, contiene circa 2400 litri d’aria. A 50 metri di profondità, però, la pressione è sei volte superiore rispetto alla superficie e il consumo aumenta enormemente: un sub che normalmente consuma 20 litri al minuto, là sotto ne consuma oltre 120. Il gruppo avrebbe dovuto raggiungere la grotta, percorrere decine di metri al suo interno, tornare indietro e affrontare una lunga risalita con le tappe di decompressione. Anche senza imprevisti, il tempo totale avrebbe superato i 40 minuti. Con una sola bombola a testa, il margine di errore era zero. È bastata una pinneggiata per sollevare il limo dal fondo marino e azzerare la visibilità. Nel buio totale, con la roccia sopra la testa che impediva di risalire, i sub hanno perso l'orientamento. In preda all'agitazione, il consumo d'aria è schizzato alle stelle e le bombole si sono svuotate in pochissimi minuti, portandoli all'annegamento.

Le ore successive alla scomparsa sono state segnate dall'angoscia e da decisioni critiche. Aggiungendo tragedia alla tragedia, durante le operazioni di recupero è morto anche il sergente maggiore della Guardia Costiera maldiviana, Mohamed Mahudhee.
Il militare è intervenuto in condizioni difficilissime e con attrezzature che molti hanno definito non adeguate per quel tipo di intervento in profondità. Durante la risalita, probabilmente per la fretta o per la stanchezza, il sergente ha commesso un errore fatale violando i tempi di sicurezza: è risalito troppo velocemente senza rispettare le tappe di decompressione imposte dalla fisica subacquea per smaltire i gas nel corpo. Questo gli ha causato una gravissima embolia che lo ha ucciso poco dopo. Solo giorni dopo, un team di specialisti finlandesi è riuscito a entrare in sicurezza nella grotta e a recuperare i corpi dei cinque italiani.
Mentre le indagini procedono a rilento e gli inquirenti analizzano i computer subacquei e le GoPro sequestrate vicino ai corpi, la domanda che tutti si fanno è una sola: è possibile che persone così esperte non sapessero cosa stavano facendo? Probabilmente no. Conoscevano benissimo i rischi, ma hanno deciso comunque di affrontarli.

Ed è proprio questo il tema più profondo della tragedia: la sottovalutazione del rischio da parte di persone esperte, non inesperte. L’esperienza è fondamentale, ma a volte può trasformarsi in un eccesso di fiducia. Quando si fanno le stesse cose per anni, il cervello tende a percepirle come più gestibili e meno pericolose. Non sempre gli incidenti più gravi capitano ai principianti; spesso colpiscono proprio chi si sente sicuro, compreso il militare maldiviano, convinto di riuscire a gestire la situazione.
"Rendersi conto che la strada non è quella giusta e avere poca aria, magari dopo aver fatto avanti e indietro, fa venire il terrore. Allora si inizia a respirare velocemente e l'aria finisce ancora prima", ha spiegato uno degli esperti della capitaneria.
Raccontare questa storia non significa cercare colpevoli ad ogni costo, ma ricordare che certi ambienti estremi non concedono margini di errore a nessuno. Resta soprattutto il dolore per sei vite spezzate e per le famiglie che stanno affrontando una perdita enorme: dietro ogni nome, infatti, ci sono storie interrotte improvvisamente che meritano solo un grande rispetto umano. Un pensiero e un abbraccio sincero va, dunque, alle famiglie di Monica, Giorgia, Muriel, Gianluca, Federico e Mohamed.





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