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GrepPolitics - Kids Online (Anti)Safety Act

  • Immagine del redattore: Il Foglio di Villa Greppi
    Il Foglio di Villa Greppi
  • 9 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Alessandro Magni e Gabriele Cassano


Attualmente, quasi ogni adolescente possiede un cellulare, un dispositivo ormai considerato quasi sacrosanto da innumerevoli giovani, molti dei quali hanno imparato a vivere con Internet come loro compagno di viaggio. È innegabile la sua profonda influenza sulle nostre vite, positiva o negativa che sia. 


Mentre un numero sempre crescente di persone trova un rifugio nel web, che concede un'enorme libertà di fare ciò che si desidera, alcuni stati hanno dichiarato guerra a Internet, come il Regno Unito, che ha emanato una legislazione chiamata “Kids Online Safety Act”, descritta come “strumento per rendere il web un posto più sicuro per giovani e adulti”. 


La legislazione è stata proposta nel 2023, con l'intento di conferire a Ofcom (l’ente regolatorio incaricato dal governo britannico per supervisionare i servizi di trasmissione, telecomunicazione, servizi postali e connessione Internet) il potere di imporre sanzioni a social media e motori di ricerca che non prendono misure per impedire ai bambini l’accesso a contenuti potenzialmente dannosi. 


Tale decreto è rimasto in una fase di stasi fino all’estate del 2025; dopo numerose modifiche, il 25 luglio è stato sancito l’obbligo per le piattaforme di proteggere i bambini da contenuti di autolesionismo, suicidio, disturbi alimentari e simili. La sanzione per le aziende che non si attengono alle regole consiste in una multa pari al 10% del fatturato annuo dell’azienda o a 20.000 sterline. Con le nuove regole, gli utenti possono avere accesso a questi contenuti solo tramite una verifica dei dati biometrici (scansioni facciali) o con documenti personali (carte di identità o passaporti). 


Tuttavia, è bene ricordare che questi dati non sono verificati da infrastrutture governative, ma da aziende private, enti molto più a rischio di cyberattacchi o divulgazione di informazioni. Tali dati permettono di conoscere quali siti ogni cittadino britannico visita regolarmente e a quale tipo di contenuti ha accesso, senza alcuna tutela della privacy degli utenti. 


L’entrata in vigore di questa legge ha messo subito in allarme molte persone nel Regno Unito, poiché molti individui hanno manifestato forti preoccupazioni circa i motori di ricerca, la questione delle diverse carte di identità caricate su Google e la censura di contenuti critici sul governo britannico. Infatti, alcuni articoli riguardanti le proteste contro le politiche britanniche sull’immigrazione, la guerra israelo-palestinese e il conflitto russo-ucraino sono stati completamente rimossi dai motori di ricerca come Google e Bing. Tale rimozione ha generato uno scandalo, soprattutto a causa della contemporanea introduzione di una legge che permette alle persone di sedici e diciassette anni di votare alle elezioni, soggette a maggiore rischio di essere vittima della disinformazione.


La domanda che ci dobbiamo porre è se questa legge sia opportuna e se possa effettivamente produrre risultati positivi. Innanzitutto, tale legge fornisce a uno stato il potere di decidere quali siti siano pericolosi o meno, senza basarsi su specifici criteri ma usando il sofisma più vecchio del mondo: "Chi penserà ai bambini?!”, che molto spesso diventa strumento per far tacere coloro che sono di posizione opposta. 


Questa legge, intendiamoci, ha delle motivazioni nobili e anche condivisibili, ma sono il contesto di attuazione e i mezzi impiegati che la rendono controversa.


La legge obbliga i cittadini a fornire informazioni sensibili ai siti che le gestiscono senza un’intermediazione statale e con poca privacy informatica, affidando tutto alle aziende private; infatti, come già detto, questi siti sono continuamente soggetti ad attacchi informatici che prelevano informazioni private rese poi pubbliche. A volte, in effetti, sono gli stessi siti a divulgare alle aziende questi dati per profitto. Non si commetta l’errore di pensare che i siti lo facciano raramente e che questa legge sia un'eccezione: è risaputo, infatti, che, accettando le clausole sulla privacy, lunghe varie pagine e scritte in "politichese", noi diamo accesso ai nostri dati e alla cronologia delle attività svolte con cui si addestrano algoritmi che offrono agli utenti i contenuti che statisticamente piaceranno, creando così una bolla culturale e consumistica.


Inoltre, uno dei metodi proposti dal parlamento inglese per proteggere i minori è quello di usare tool di riconoscimento dell’età attraverso telecamera. Nell’epoca delle intelligenze artificiali generative, la nostra faccia può venire usata in ogni modo, anche non etico, con vari casi di video spinti completamente generati con AI senza il consenso del soggetto. 


Insomma, l’idea di controllare Internet, di censurarlo e di guardare cosa fanno gli utenti è vecchia, ma solo oggi diventa effettivamente possibile farlo, sia grazie alle nuove tecnologie, sia per il contesto geopolitico, che diventa sempre più difficile e in alcune zone del mondo sempre più controllante.


Forse, la vera domanda è quanta della nostra libertà siamo disposti a sacrificare in cambio della nostra sicurezza.


Il Panoptikon (da “optikon”, ovvero “osservatore”, e “pan”, ovvero “tutto”) è una struttura progettata nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham e rappresenta il prototipo e il primo esempio di tutti gli assetti istituzionali che si pongono come obiettivo il controllo totale sui soggetti a essi sottoposti.
Il Panoptikon (da “optikon”, ovvero “osservatore”, e “pan”, ovvero “tutto”) è una struttura progettata nel 1791 dal filosofo e giurista Jeremy Bentham e rappresenta il prototipo e il primo esempio di tutti gli assetti istituzionali che si pongono come obiettivo il controllo totale sui soggetti a essi sottoposti.

 

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