Grammy Awards 2026: la musica è politica di natura
- Il Foglio di Villa Greppi

- 5 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
di Alexandra Toso
Quest’anno i Grammy Awards sono stati storicamente politici: gli “Oscar della musica”, conferiti annualmente dalla Recording Academy a Los Angeles, sono stati, infatti, per i vincitori degli ambiti premi, l’occasione perfetta per parlare delle dure e inumane politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Mentre nel mondo delle star si svolgevano interviste, esibizioni e premiazioni, infatti, nella società americana gli agenti dell’ICE, la Immigration and Customs Enforcement, hanno continuato a compiere atti di violenza inaudita e ingiustificata nei confronti di chi è, apparentemente o effettivamente, un immigrato negli Stati Uniti. Le azioni dell’ICE, infatti, sono sempre aggressive, a prescindere dalla situazione e dal comportamento della persona alla quale si rivolgono, come testimoniano le recenti e tragiche morti di Renèe Good e Alex Pretti, fermati e aggrediti dagli agenti senza spiegazione e nonostante non fossero immigrati. Molte celebrità come Billie Eilish, Olivia Dean, Shaboozey e Bad Bunny hanno sfruttato la loro popolarità per denunciare i conflitti mondiali e le politiche aggressive di Trump.

La serata dei Grammys, svoltasi il 1 febbraio, è stata politica fin dall’inizio: prima e durante le nomination per i premi, infatti, il comico Trevor Noah ha fatto il giro dei tavoli delle celebrità e ha presentato l’evento, per il sesto anno di fila, con battute che criticano l’amministrazione Trump e il presidente stesso. Dopo la performance di apertura del brano “APT”, candidato come canzone dell’anno, ad esempio, il presentatore ha commentato che il singolo di Rosè e Bruno Mars, ispirato a un "gioco del bere" coreano, risulti molto meno complicato di “quello che abbiamo qui in America, dove ogni volta che guardi il notiziario, bevi”. Il giro dei tavoli è continuato chiacchierando, lodando e, occasionalmente, prendendosi gioco delle celebrità presenti, e mettendo in evidenza, insieme ai giornalisti sul Red Carpet, le spille che sono diventate simbolo della 68esima edizione dei Grammys, con la scritta "ICE OUT" (vedi l'articolo pubblicato sul nostro blog: Grammy Awards 2026: emozioni, vittorie storiche e dibattiti).

Ecco le parole più significative di alcuni degli artisti vincitori dei Grammy Awards, partendo da Bad Bunny, che ha vinto il premio "Album dell’anno" con Debì Tirar Màs Fotos”: “Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani» riferendosi a tutti i cittadini e immigrati del Porto Rico, la terra che celebra e onora da sempre con la sua musica. «E vorrei dire anche che so quanto sia difficile non odiare in questi giorni. A volte ho pensato che siamo contaminados (contaminati, ndr) non so come dirlo in inglese. Ma l’odio diventa più potente con altro odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.
“Nessuno è illegale su una terra rubata. Dobbiamo continuare a lottare, a far sentire la nostra voce e a protestare: le nostre voci contano davvero, e le persone contano”. Queste le parole di Billie Eilish, sul palco accanto al fratello Finneas O’Connell, con cui collabora da sempre e co-autore del brano premiato, e ha proseguito il suo discorso lasciando spazio alla speranza. “Mi sento fiduciosa guardando questa sala. Vaff*****o ICE! », ha concluso Billie Eilish. Le parole “terra rubata”, in riferimento al fatto che gli Stati Uniti sorgano su territori tolti dai coloni ai nativi americani, le si sono purtroppo ritorte contro a livello mediatico. La cantante, infatti, è stata accusata di "ipocrisia", dal momento che la sua villa da milioni di dollari a Los Angeles sorge proprio su terre ancestrali della tribù Tongva, che lei stessa ha contattato per costruire, e molti hanno commentato che dovrebbe aprirla per ospitare i migranti che difende. Nonostante questa contraddizione, però, Billie ci lascia un messaggio di fiducia reciproca e speranza nella quantità di persone, famose e non, che possono fare la differenza contro le ingiustizie dell’ICE.

“Non cadete nella disperazione, so che adesso è un tempo spaventoso. So che gli algoritmi ci dicono che è così spaventoso e tutto è perduto (…). Noi possiamo andare avanti. Abbiamo bisogno l’uno dell’altro, abbiamo bisogno di fidarci l’uno dell’altro, e fidarci di noi stessi. Noi non siamo governati dal governo; siamo governati da Dio”. Sempre sulla scia della speranza e della perseveranza, con l’invito di ascoltare il proprio cuore e amare, SZA ha voluto dare conforto dall’angoscia che tutti i conflitti nel mondo generano, premiato sul palco con Kendrick Lamar per il brano Luther, "Registrazione dell’anno".
“Sono qui come nipote di un immigrato. Sono il frutto del coraggio, e penso che quelle persone meritino di essere di essere celebrate” le parole di Olivia Dean, nominata migliore artista emergente sullo sfondo del suo brano Man I Need, che ha voluto onorare la sua famiglia e la tenacia dei suoi nonni immigrati, definendosi frutto della loro tenacia.

Anche Shaboozey onora gli immigrati, ricordandoci che “hanno, letteralmente, costruito questo Paese”, nel discorso con il quale ha ritirato il premio per Amen, nominata "Miglior performance country in duo o di gruppo", con Jelly Roll.
“Insieme, siamo più forti dei numeri (..). Spero che tutti siano ispirati ad unirsi, come una comunità e in quanto artisti, per parlare di ciò che sta succedendo. La chiudo qui e dico, vaff*****o ICE!”. Kehlani usa parole molto forti per appellarsi a tutte le star presenti ai Grammys e invitarle ad unirsi nel rifiuto di “tutta l’ingiustizia che c’è nel mondo in questo momento”.
“Devo tutto alla mia educazione musicale, alla mia educazione artistica. Non possiamo tagliare i fondi per le arti, sono così importanti”. Laufey, cantante figlia di immigrati cinesi in Islanda, ricorda quanto sia importante garantire a tutti un’educazione, perché l’istruzione è l’arma più potente che abbiamo per fare il bene. Il suo discorso è legato allo smantellamento del Dipartimento dell’Istruzione negli USA, ai tagli ai fondi federali e ai programmi di alto livello, messi in atto da Trump.

I Grammy Awards sono uno degli eventi più attesi dai fan dei più grandi musicisti a livello globale, e soprattutto sono americani: il dissenso manifestato dalle celebrità rappresenta la forte rivolta del popolo, americano e mondiale, contro Trump e tutti i conflitti per il potere che vedono vincitori solo i potenti del mondo. Molti artisti sono stati criticati per i loro interventi politici: “Loro non sono come noi”, dicono molti nei commenti sotto i post di notiziari e riviste, “Sono milionari che vogliono attirare nuovi fan con parole di buonismo e pacifismo”. Sì, è vero, le celebrità non sono le persone più colpite dalle politiche, in questo caso, sull’immigrazione o sui fondi tagliati a educazione, sanità e altri servizi negli Stati Uniti, ma come si legge dai discorsi riportati, le loro parole sono dette, anzi, gridate, proprio per raggiungere più persone possibili, sfruttando la propria influenza.
La musica è politica di natura, è sempre stata usata per raccontare la propria vita, le proprie idee, le proprie emozioni, gioie e difficoltà: è uno dei mezzi mediatici più immediati per la condivisione di idee e per potersi esprimere liberamente, e questa sua bellezza va conservata. Con i loro discorsi Bad Bunny, Kehlani, Billie Eilish, Laufey e tutti gli altri hanno potuto informare migliaia di spettatori su cosa sta accadendo, e spronarli a non accettare le ingiustizie sociali imposte dal Governo, perché il cambiamento e la giustizia sono possibili, e l’unico modo per ottenerli sono l’unione e il rispetto dell’altro.





Commenti