Fermiamo la guerra!
- Il Foglio di Villa Greppi

- 10 ore fa
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di Gabriella Montali
In questo momento mi sento un pesce fuor d’acqua. Com’è possibile che il cielo sia così terso, che il sole splenda e che gli alberi siano in fiore, mentre la follia pura governa il mondo? Migliaia di innocenti, che desideravano solo vivere in pace, vengono uccisi perché il destino ha voluto che nascessero nel luogo sbagliato, nel momento sbagliato, sotto il governo sbagliato.
Provo un senso di disagio, quasi di colpa, nel guardare fuori dalla finestra: gli uccellini cinguettano e la primavera sorride, ma basta sfogliare la prima pagina di un giornale per restare pietrificati dagli ultimatum. Accendi la televisione e vedi solo macerie, morte, disperazione.

Mi chiedo come sia possibile essere tornati alla retorica arrogante di un secolo fa. Sappiamo bene come è andata a finire; sappiamo che, alla fine, ci si dovrà comunque sedere a un tavolo e giungere a dei compromessi. Perché non farlo ora? Perché continuare a mostrare i muscoli, agendo esattamente come chi, solo quattro anni fa, criticavamo e condannavamo?
A un popolo che ha sofferto tanto e che ha lottato per un futuro libero e democratico, non è questo l’aiuto che si doveva dare. Chiedeva la libertà, non la distruzione di scuole e ospedali o bombe sulla gente comune terrorizzata su una spiaggia.
Cosa diciamo noi europei di fronte a questa barbarie? Noi, che da decenni insegniamo la tolleranza e i diritti umani, contiamo davvero così poco? Restiamo in silenzio, come se tutto ciò ci fosse indifferente? Mi chiedo, con incredulità, se questi "signori della guerra" piacciano ancora a chi li ha eletti. I fatti di oggi erano inclusi nei loro programmi elettorali? Se la risposta è sì, allora la speranza è fievole. Ma se così non fosse – se anche i loro elettori oggi inorridiscono – allora sorge una domanda spontanea sul loro senso critico.
L’istruzione non serve solo a trasmettere nozioni, ma a formare individui pensanti e indipendenti, capaci di resistere alla manipolazione di massa. Forse qualcuno si sta svegliando solo ora dal torpore di parole persuasive? In tal caso, è tempo di una doccia fredda e di un grido di disappunto. Perché non scendere in piazza? Perché non dichiarare apertamente che questo scempio apocalittico va fermato subito?
Mi torna in mente la fiaba de I vestiti dell’imperatore di Andersen. Un sovrano ossessionato dall'apparenza viene ingannato da due imbroglioni che dicono di tessere un abito invisibile agli stupidi. Per paura di sembrare incapaci, ministri e popolo fingono di vedere vestiti meravigliosi, finché un bambino grida la verità: «Ma l’imperatore è nudo!». Solo allora l’incantesimo dell’ipocrisia si rompe. Oggi la verità è altrettanto nuda, ma taciuta per interessi politici ed economici. La difesa della libertà e dei confini è diventata spesso il pretesto per annullare altri popoli, per acquisire potere e dominare attraverso la forza bruta.

Ricordo la commozione nel leggere a scuola l'ultimo volantino della Rosa Bianca, che esortava il popolo tedesco a non seguire Hitler: "Aprite gli occhi...per non essere ricordati un giorno come bruti (Unmenschen)". Sono parole che dovremmo urlare oggi ai nuovi signori della guerra. Non è con il terrore che si costruisce la pace; con il terrore si gettano solo le basi per una vendetta senza fine.
Dobbiamo fermare questa deriva. La storia ci ha già mostrato dove portano i proclami di distruzione. Anche se le condizioni non sono identiche a quelle del 1939, i fili della trama si stanno disponendo in modo analogo: vaneggiamenti di invasati che contagiano le folle e diventano realtà criminali.
Per questo, facciamo qualcosa. Dimostriamo con le parole e con i gesti che non cediamo alle demagogie di chi ci crede stupidi. Non possiamo essere alleati di chi calpesta la ragionevolezza, smentisce i diritti internazionali e usa il ricatto come arma costante. L’America non sembra più quella terra di libertà che ci ha guidato e salvato con il Piano Marshall. Bisogna prenderne atto con dolore e iniziare a camminare da soli per ribadire i valori in cui crediamo. Non esiste una "guerra giusta" che giustifichi l'appropriazione dei territori altrui o la sottrazione scientifica delle risorse vitali, come l'acqua per le colture.
Siamo su un unico pianeta, con gli stessi bisogni di sopravvivenza. Possiamo farcela, a patto che ognuno rispetti lo spazio dell’altro e operi in un contesto di collaborazione guidato dal buon senso. Quel buon senso che oggi, purtroppo, sembra del tutto scomparso.






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