• Il Foglio di Villa Greppi

BLONDE: è davvero così terribile come tutti dicono?

di Angelica Aliprandi

Desideravo da molto di vedere Blonde, il film biografico sulla vita di Marilyn Monroe uscito su Netflix a settembre del 2022. Si tratta di una pellicola drammatica statunitense, scritta e diretta da Andrew Dominik e prodotta da Dede Gardener, che ricostruisce in modo libero parti del vissuto della famosa attrice americana, interpretata da Ana de Armas.

Il film si apre con l’infanzia traumatica della protagonista, Norma Jeane, attraverso il racconto del rapporto difficile con la madre, affetta da una gravissima instabilità psichica. Quando la situazione diventa insostenibile, la bambina viene condotta in una famiglia adottiva, con la quale passa gran parte della sua gioventù, mentre la madre viene ricoverata in un ospedale psichiatrico. Non avendo mai conosciuto suo padre, Norma cresce senza alcun supporto famigliare e, negli anni ‘40, inizia a lavorare come ragazza pin-up, per poi intraprendere la carriera cinematografica con il nome di “Marilyn Monroe”. Con il debutto della sua immagine, Norma accresce la sua notorietà e diventa l’icona più acclamata del suo tempo: è infatti considerata la donna più attraente del mondo e la sua sensualità e bellezza diventano i punti cardine della sua carriera e contribuiscono al suo successo. Al contempo, inizia la lenta e progressiva degenerazione della sua salute mentale per svariate ragioni: la relazione instabile e violenta con il suo primo marito, l’atleta Joe DiMaggio, i numerosi aborti, la costante ed enigmatica assenza del padre e la dipendenza da droghe e alcolici che la porta alla morte per overdose nel 1962.

Il film è stato girato in gran parte in bianco e nero, il che contribuisce non solo a creare un clima macabro e disturbante, ma anche alla rappresentazione dell’epoca, ricostruita in modo accurato e dettagliato. La stratificazione temporale degli eventi non è chiara e coerente, ma volontariamente intrecciata e sovrapposta affinché risultasse un’ambigua alternanza tra la tormentata dimensione interiore della protagonista e quella reale.

L’opera ha ricevuto diverse critiche da parte del pubblico a causa delle scene sessualmente esplicite, del contenuto esageratamente cruento e dell’inattendibilità della trama.

In primo luogo, è importante precisare che Blonde sia stato tratto dall’omonimo romanzo di Joyce Carol del 1999, una rivisitazione immaginata e romanzata dello svolgimento degli eventi che hanno caratterizzato la vita di Marilyn Monroe. Va accettato quindi che molte scene siano state inventate e rielaborate in chiave interpretativa e simbolica.

Per quanto riguarda il contenuto, l’intensità emotiva e il realismo cinematografico sono sicuramente i punti forti del film, che definirei a tratti provocatorio, trasversale e profondamente ambiguo. Lo si vede, ad esempio, nella scena dell’incontro tra Marilyn e il presidente Kennedy, in cui lui la aggredisce per approfittarsene brutalmente. Ciò mostra quanto il film voglia essere critico e scrupoloso verso il contesto storico in cui è ambientato.

Eppure, non tutti hanno colto questo dettaglio: in molti hanno definito il film una mancanza di rispetto verso le donne, nonché un’ulteriore sessualizzazione dell’immagine della protagonista.

Tuttavia, Marilyn Monroe non è stata rappresentata nel film in modo oggettivo, ma si vuole sottolineare la una realtà storica nella quale una ragazza desiderosa di fare l’attrice doveva necessariamente concedersi a qualche potente o incorporare un emblema sessuale, un prodotto. La pellicola non fa altro che presentarci uno dei personaggi più celebri della storia del cinema attraverso un filtro, ovvero gli occhi della società del secolo scorso con tutti i suoi pregiudizi e controversie. Inoltre, è peculiare l’accento che il regista dà al dramma dell’imposizione dell’immagine “Marilyn”, che provoca gradualmente una sorta di depersonalizzazione: in determinate scene si percepisce quanto lei stessa avesse perso coscienza della propria identità; si sentiva infatti trasportata da un luogo all’altro “come se fosse un pezzo di carne”.

In conclusione, si tratta sicuramente di un’opera complessa e difficile da seguire, ma estremamente efficace nel suo intento, ovvero quello di esporre la sofferenza di Marilyn Monroe come mezzo di critica e denuncia verso il lato oscuro e distruttivo del mondo di Hollywood.



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