• Il Foglio di Villa Greppi

QUATTRO FILM THRILLER CHE NON POTETE PERDERE

di Greta Camesasca


Dall’invenzione del proiettore nel 1895 da parte dei fratelli Lumière, il cinema è sempre stato una componente fondamentale della storia dell’uomo, a prescindere dal fatto che sia stato utilizzato con fini propagandistici o più semplicemente come forma di diletto. I generi cinematografici che si sono sviluppati nel corso degli anni si distinguono per temi trattati, colonne sonore, interpretazioni che variano con le tendenze e la moda, ma nonostante questo sono tutti accomunati da un unico elemento: le emozioni che, a prescindere dai gusti, riescono a trasmettere. Spero in questo articolo di incuriosirvi con nuovi film o farvi ripensare alle sensazioni che titoli già noti vi hanno suscitato, concentrandomi sul genere thriller.

Se amate i finali a sorpresa, sono sicura che “I soliti sospetti” con Kevin Spacey (del 1995 e diretto da Bryan Singer) rientri già nell’elenco dei vostri film preferiti. Questo thriller avvincente ha il potere di tenervi sulle spine, di incuriosirvi sempre di più, minuto dopo minuto, prendendosi gioco delle vostre capacità investigative per quasi due ore, e proprio quando credevate di avere la risposta, scombussola tutte le certezze su cui avevate basato le vostre intuizioni. È inutile tentare di arrivare alla soluzione in anticipo: è più appagante seguirlo attentamente e lasciarsi stupire dalla conclusione, la cui poeticità si sposa benissimo con l’arguzia che la caratterizza.


Lo stesso si può dire di “Slevin patto criminale” (del 2006, diretto da Paul McGuigan), con Bruce Willis, Morgan Freeman e Ben Kingsley. In questo lungometraggio è fondamentale prestare a ogni scena l’attenzione che merita, poiché corrisponde a un tassello di un mosaico molto complicato. Solo alla fine sarà possibile comprendere la sorprendente visione d’insieme. Questa raccomandazione potrebbe rivelarsi inutile, poiché il fascino che questo film trasmette sin dal principio rende impossibile anche il solo pensiero di distrarsi.

Fight club” (del 1999, diretto da David Fincher) insegna a non giudicare i film semplicemente dalla trama, permettendo di scoprire molti altri aspetti fondamentali per una valutazione meno superficiale. Con questo, non intendo dire che la storia non sia avvincente, perché lo è. Semplicemente, ha molti altri punti di forza. Ad esempio il pregio di avvolgere in un'aurea poetica anche le scene più cruente, dimostrando che non si tratta semplicemente di violenza gratuita o risse senza senso. La base dei combattimenti è infatti radicata nel profondo della psicologia del protagonista, bisognoso di una svolta ma allo stesso tempo troppo attaccato alla materialità.

Sarebbe impensabile concludere la lista senza citare anche “Shutter Island”, il capolavoro di Martin Scorsese che ha come protagonisti Leonardo Dicaprio e Mark Ruffalo. Il film è ambientato nel secondo dopoguerra e gioca interamente sulla psicologia umana, prendendo in considerazione i detenuti più violenti di un ospedale psichiatrico, regalando agli emarginati una possibilità di riscattarsi e agli osservatori il privilegio di ampliare i proprio orizzonti e disfarsi dei pregiudizi. L’intera storia è estremamente articolata e il finale è più che degno delle aspettative create.

Tanti altri titoli andrebbero menzionati, con altrettante righe di elogio nei loro confronti. Quando si tratta di film, infatti, ognuno ha qualcosa da dire, perché il cinema è un ottimo tema di discussione e rappresenta una delle forme più esaustive e personali che l’essere umano ha a disposizione per raccontare sé stesso.


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