• Il Foglio di Villa Greppi

LA DISTOPIA TURCA. Le donne, eterne vittime

di Letizia Sala

La Convenzione di Istanbul non è solo un trattato. É casa. E la Turchia l’ha fatta a pezzi.

È da pochi giorni, infatti, che il governo Erdogan ha ufficializzato l’uscita dall’accordo che tutela e garantisce i diritti delle donne. Firmata nel 2011, entrata in vigore nel 2014 e promossa dal Consiglio d’Europa, la convenzione ha come obiettivi la prevenzione della violenza domestica, la protezione delle vittime e la punizione dei colpevoli. É, dunque, con questo trattato che i reati di stalking, aborti e matrimoni forzati, violenze fisiche, abusi e mutilamenti sono diventati veri e propri reati di genere perseguibili penalmente. Eppure, la Turchia ha scelto di voltarsi dall’altra parte.

Senza nemmeno chiarire le motivazioni (non che queste, in ogni caso, avrebbero avuto il potere di rendere quella della Turchia una scelta giustificabile), se non un riferimento ufficioso alla salvaguardia della famiglia, la Nazione si è sottratta lo scorso 20 marzo all’accordo firmato nella sua stessa Patria, ignorando così e, anzi, sminuendo, i circa 350 femminicidi che annualmente si verificano all’interno dello Stato. C’è chi sostiene che questa sia solo una mossa politica voluta dal partito di Erdogan, l’AKP, così da ricevere i consensi della parte più conservatrice dell’elettorato. A tutto il mondo, invece, sembra solo una presa in giro. Un ulteriore passo all’indietro. Un fendere con un machete la tela dei diritti umani. Solo che qui non siamo in un quadro di Lucio Fontana, questa è la realtà, e prese di posizione come quella turca non fanno altro che ledere l’umanità.

Ci si chiede se sia stato tutto un gioco. La prima Nazione a ratificare la convenzione; la prima firma, quella di Erdogan. Una firma che ci si augurava essere indelebile. Doveva esserlo, in nome di tutte le donne uccise ogni giorno, stuprate, sottomesse, in nome di tutte quelle inarrestabili mani macchiate di sangue che, finalmente, potevano essere arrestate. E invece è tutto sparito.

È difficile, se non impossibile, immaginare cosa stia provando una qualsiasi donna turca in questo momento, vittime sacrificali in nome dell’unità familiare. Ma, in pratica, il governo preferisce un elettore conservatore qualsiasi, un voto in più in un’urna, piuttosto che la vita di quasi 42 milioni di donne, bambine, ragazze, madri, nonne. È scandaloso, vergognoso, ripugnante. Ciononostante, queste donne hanno dimostrato una forza sovrumana. Dopo la comunicazione dell’uscita dalla convenzione, infatti, la città di Istanbul si è tinta di un fantastico viola. Mascherine, striscioni, cartelloni, tutti di una colorazione particolare, una sfumatura pantone da denominare “resilienza”. Tutte sono scese a protestare, a chiedere che i loro diritti vengano rispettati pienamente, a esigere che le loro vite contino di più di una mera “X” sulla scheda elettorale.

Come testimoniano le numerose proteste, l’uscita dalla convenzione è inaccettabile. La Turchia, sottraendosi alle norme atte a combattere la violenza sulle donne, sta legalizzando la stessa: tutti i reati sopracitati non saranno più, di fatto, reati (il governo sostiene di avere altre leggi a tutela delle cittadine, ma le milioni di persone scese in piazza fanno pensare il contrario). Per di più, la Convenzione di Istanbul -anche se chiamarla così, ora, è paradossale- non tutela solo le donne, ma anche quei diritti di uguaglianza che danno una speranza a tutte le persone, comprese quelle appartenenti alla comunità LBTQ+, di essere considerate sullo stesso piano di qualunque cittadino maschio eterosessuale. E invece, sostenendo che il trattato danneggi l’unità famigliare e incentivi il divorzio, la Nazione ha demolito quelle speranze di poter vivere, finalmente, in una società inclusiva, comprensiva, insomma: civile.

La presa di posizione turca potrebbe poi scatenare un effetto domino negli Stati dalla politica simile a quella di Erdogan. Ungheria, Polonia e altri Paesi che non hanno mai accettato di ratificare le norme promosse dalla convenzione, potrebbero ritirarsi del tutto dall’accordo, sulla scia turca. Si aprirebbe così lo scenario di milioni e milioni di donne private dei loro diritti. Da un lato, proteste nel Regno Unito per la sicurezza nelle strade, manifestazioni in Messico contro i femminicidi e mobilitazioni in Australia contro le molestie. Dall’altro, la distopica negazione dei diritti della persona.

Non possiamo lasciare che questo accada. Quelle onde viola non sono solo mascherine, striscioni, cartelloni. Sono un futuro uguale per tutti, sono il grido di chi urla a pieni polmoni nonostante venga soffocato dal clima di disuguaglianza che una scelta come quella di Erdogan causa. In altre parole, sono vita. La speranza è, quindi, che il mare viola bagni tutta la Turchia, tocchi sempre più coste, travolga tutte le menti e inondi gli uffici presidenziali di chi, con una firma, ha annullato decenni di lotte, sofferenze, morti.


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