Il valore degli sport "dilettantistici"
- Il Foglio di Villa Greppi

- 3 ore fa
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di Chiara Corbetta

“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici”. Queste sono state le parole di Gabriele Gravina, presidente della FIGC in seguito all’ennesima mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio. Il presidente è stato chiamato in causa la sera del 31 marzo dopo la pesante eliminazione ai rigori contro la Bosnia ed Erzegovina. L’intervista si è svolta in un clima abbastanza teso: i giornalisti hanno posto domande soprattutto sulle responsabilità della mancata qualificazione e sulla situazione attuale del calcio italiano, interrogando il presidente su possibili cambiamenti futuri. Gravina ha risposto con tono difensivo cercando di ridimensionare le critiche e pronunciando la frase più discussa sul web e sui social negli ultimi giorni: “Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici”.

Nonostante il suo commento fosse nato in un momento di forte pressione e probabilmente volto a difendere il sistema calcio, ha generato una vera e propria polemica, trasformandosi in poco tempo in un caso mediatico. Molti atleti, dirigenti e appassionati di sport hanno reagito, ritenendo la dichiarazione poco rispettosa, soprattutto per essere stata pronunciata da chi, il mondo dello sport, dovrebbe comprenderlo in maniera tutt’altro che superficiale. Le parole del presidente hanno smosso non solo gli atleti che praticano sport riconosciuti come professionistici in Italia, come calcio, basket, ciclismo e tennis, ma anche tutti coloro che ogni giorno si allenano con sacrificio e dedizione, nonostante non abbiano lo stesso riconoscimento, vivendo lo sport con un livello di impegno del tutto paragonabile. L'ondata di indignazione è stata amplificata dai social media: numerosi atleti, anche appartenenti a discipline diverse dal calcio, hanno risposto pubblicamente, attraverso piattaforme come Instagram, esprimendo il proprio disaccordo in modo diretto e trasformando il proprio sdegno in ironia. Tra storie, post e commenti, hanno rivendicato con orgoglio la propria professionalità, mostrando i loro allenamenti e l’impegno che quotidianamente dedicano a inseguire la propria passione.
Inoltre, la polemica ha riportato l’attenzione su una questione ancora molto attuale nel mondo dello sport: la condizione economica degli atleti. In particolare, è emerso il divario tra chi pratica sport riconosciuti come professionistici e coloro che invece sono considerati “dilettanti”: spesso questi atleti, pur allenandosi con uguale intensità, se non maggiore, non ricevono compensi adeguati o tutele sufficienti. Questo squilibrio mette in luce come il concetto di “professionalità” non sia sempre legato all’impegno, ma al riconoscimento formale. Allo stesso tempo l’accaduto mette in evidenza quanto il ruolo dei social media influenzi la percezione dello sport. Il calcio, essendo costantemente al centro dell’attenzione, finisce per essere percepito come l’unico modello di sport “vero” e completo, o addirittura l’unico realmente professionistico. Questa esposizione continua finisce per oscurare altre realtà sportive, che ricevono meno visibilità ma non per questo sono meno serie, competitive o impegnative.

Le parole nel mondo dello sport, così come in qualsiasi altro ambito, hanno un peso non indifferente; definire un’intera categoria di discipline come “dilettantistiche” non è solo una questione tecnica, ma contribuisce a creare “sport di serie A e di serie B”, rischiando di influenzare non solo l’opinione pubblica, ma anche il valore che viene attribuito alle diverse discipline, soprattutto tra i più giovani. A rendere ancora più significativo quanto accaduto è stato l’epilogo della vicenda: nei giorni successivi, infatti, Gabriele Gravina ha presentato le dimissioni dalla presidenza della FIGC. Secondo la mia opinione questo accaduto è un invito a riconsiderare il modo in cui lo sport viene presentato e percepito: non come una gerarchia tra discipline, ma come un insieme di realtà diverse, ognuna con il proprio valore.





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