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DAN PETERSON: NUMERO UNO del basket italiano

Aggiornamento: 10 mag 2023

di Edoardo Gatti


La nostra storia parte da Bologna, città in cui la pallacanestro è uno sport profondamente radicato nel territorio e nella storia del capoluogo emiliano. E Bologna è anche la sede di una delle squadre più importanti d’Italia: la Virtus, che sin dagli anni del dopoguerra ha contribuito allo sviluppo del basket nel Bel Paese, vincendo quattro scudetti tra il ’46 e il ’49 e altri due nel ’55 e nel ’56, confermandosi costantemente ai vertici della Serie A.

Purtroppo il decennio successivo agli ultimi due trionfi fu avaro di soddisfazioni, e le V Nere si ritrovarono ben presto immischiate nella lotta per non retrocedere, guardando dal basso la rivale di sempre, l’Olimpia Milano, vincere scudetti su scudetti. Una prima svolta arrivò nel 1968, anno in cui Gianluigi Porelli fu nominato responsabile dell’area basket della polisportiva, che, sotto la sua rigida e attenta guida, diventò una delle società più ricche e vincenti al mondo. È stato poi nel 1973 che è stata messa in atto la mossa vincente, quando il nostro Paese accolse un giovane allenatore 37enne di Evanston, nord di Chicago, destinato a sigillare il proprio nome nella leggenda della palla a spicchi: Daniel Lowell Peterson, per gli amici Dan.


Giunse in Italia da perfetto sconosciuto, con un’improbabile etichetta di agente CIA per essere scappato dal Cile dodici giorni prima del Golpe: lui, infatti, dopo alcune esperienze nei college americani da vice allenatore e una quinquennale da capo allenatore nella Università del Delaware, prese le redini della nazionale cilena, portandola al sesto posto ai giochi del Sudamerica. Poi arrivò la chiamata del patron Porelli, che lo volle fortemente sulla panchina della sua Virtus. Dan si presenta a Bologna con pantaloni a zampa d’elefante e capello lungo, un look apparentemente ingannevole. Ma ancora non sapevamo che in quel metro e sessantotto scarso, in quella dialettica mista tra americano, spagnolo e italiano, c’era un patrimonio di conoscenze dal valore inestimabile. C’era energia, carisma, c’era tutto per lasciare subito il segno. Ci mise poco a far ricredere tutti, giusto il tempo di vincere al primo tentativo una Coppa Italia che va ad arricchire la bacheca virtusina, e lo fa con due semplici ma efficaci concetti: difesa e contropiede, un mantra. Il punto più alto della sua esperienza lo raggiunge nella stagione ‘75/76, riportando a Bologna lo scudetto a 18 anni dall’ultimo trionfo, grazie a giocatori del calibro di Gigi Serafini e Terry Driscoll.


Dopo cinque anni alla guida della Virtus Bologna, nel 1978 arrivò il passaggio ai rivali dell’Olimpia Milano, che affidò a Dan Peterson le chiavi di un nuovo ciclo. Il club si era da poco ristabilizzato in massima serie in seguito alla retrocessione A2 nel ’76, e l’ultima mossa del patron Bogoncelli, prima di cedere ai Gabetti, fu proprio quella di ingaggiare l’allenatore americano. Al primo anno sulla panchina milanese perse la finale scudetto proprio contro la Virtus, e nelle successive due annate il cammino nazionale si arrestò entrambe le volte nelle semifinali dei playoff.

Il 1981 è l’anno della svolta: sul mercato la società piazza un colpo clamoroso, assicurandosi le prestazioni del pivot di Varese Dino Meneghin, oltre a quelle di Roberto Premier. Due giocatori che si riveleranno fondamentali nella conquista, a fine stagione, del ventesimo scudetto di Milano. Da lì iniziò un’era storica e irripetibile: l’era dell’Olimpia dei campioni, l’era dello sputar sangue personiano, capace di riscrivere la storia del basket italiano: Mike D’Antoni, Meneghin, Premier, Giannelli, Boselli, Ferracini, Gallinari senior, la squadra che dall’82 all’87 vincerà tutto quello che si poteva vincere: tre scudetti, due Coppe Italia, ma soprattutto arrivò la consacrazione europea, con la conquista della Coppa Korac nell’85 e con la vittoria della Coppa Campioni nel 1987, grazie all’acquisto di una superstar americana del calibro di Bob Mcadoo. È proprio nel 1987 che Dan Peterson decide di porre fine alla sua carriera da coach. Lo definì un grave errore, perché lontano dal parquet non ci poteva proprio stare. E allora, dopo 23 anni di inattività, nel 2011, si rimette in gioco, tornando a casa. L’Olimpia lo chiama, lui non può dire di no e accetta, conducendo Milano fino alle semifinali scudetto, per poi dire stop definitivamente, a 75 anni.


Dan Peterson è stato il pioniere del basket americano in Italia, ha contribuito allo sviluppo della disciplina nel Bel Paese e in Europa, portando una nuova mentalità e un’innovativa concezione del gioco e imponendosi come uno dei coach più vincenti della pallacanestro nostrana. Ma è stato anche molto di più. È diventato uno di noi. Un americano prestato all’Italia, o, come dice lui, un italiano di origini americane. È diventato un’icona, entrando nelle nostre case e nei nostri cuori con le storiche telecronache del wrestling e, soprattutto, della NBA, un mondo nuovo che Dan ci ha fatto scoprire, con il suo inconfondibile slang e le repliche delle partite su canale 5. Come dimenticare gli spot del tè Lipton, che ‘’quando il sole ti spacca in quattro, non si sbaglia, una brocca d’acqua ghiacciata e tutto il gusto di Lipton ice Tea, fenomenale’’. Sono sicuro che, in questo momento, lo stai leggendo con la sua voce. Professionalità, simpatia e competenza, che oggi omaggiamo. Dan Peterson: per me, numero uno!


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