#dalpalcodelPiccolo: "Slava's snowshow": ritornare bambini, emozionarsi e riscoprire la felicità
- Il Foglio di Villa Greppi

- 5 ore fa
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di Federico Bianchi
Un personaggio vestito di giallo e con il naso rosso entra in scena a passo lento e pesante, con un cappio intorno al collo. Non una parola esce dalla sua bocca. Questa è l'immagine disturbante che apre Slava's snowshow, lo spettacolo che ridefinisce il significato stesso della parola "felicità" e a cui studenti e docenti del Greppi hanno assistito giovedì 19 febbraio, presso il Piccolo Teatro Strehler, grazie al progetto Greppi@Piccolo. Si tratta di una messa in scena per i bambini ma soprattutto per gli adulti, target principale di Slava, che fin dalle prime scene si distingue per l'assenza totale di parole e per una forte capacità immersiva.
Quello che ne consegue non è una storia nel senso tradizionale del termine: lo spettacolo raccoglie i momenti più belli e significativi del repertorio dell'autore, rendendo impossibile parlare di una trama lineare. Allo spettatore viene presentato un susseguirsi di quadri, di istanti sospesi nel tempo. Ma la peculiarità più grande sta nella diversità di ogni replica, che cambia di anno in anno grazie alla libertà lasciata agli attori. Slava stesso, infatti, spiega: «Il nostro spettacolo non è solo diverso anno dopo anno: è diverso a ogni replica, perché lascia ampio spazio all'improvvisazione. Cerco anche di introdurre soluzioni inattese: in questo modo l'improvvisazione diventa del tutto naturale e lo spettacolo si conserva pieno di vita.»

Dietro questa visione c'è Vjačeslav Ivanovič Polunin, detto semplicemente "Slava", considerato uno dei più grandi clown del mondo. Il suo personaggio Asisyai è ispirato a giganti come Charlie Chaplin, Marcel Marceau e Totò, che lui stesso definisce i suoi maestri. L'obiettivo dichiarato del suo spettacolo è quello di «liberare dall'ossessione dell'età adulta quei bambini e bambine che un tempo loro stessi erano stati», un'ambizione che porta Polunin in un complesso studio della tragicommedia, della vita quotidiana e del significato di ogni piccolo gesto.
Per raggiungere questo obiettivo, Slava ha ripensato completamente anche l'estetica del clown tradizionale. La figura del nasone e del sorrisone rosso non trova spazio in questo spettacolo: i costumi e il trucco sono stati interamente rielaborati dopo anni di studi e prove. Ogni personaggio colpisce lo spettatore per una caratterizzazione immediatamente riconoscibile, affidata a un make-up capace di amplificare ogni minima sfumatura del viso, trasformando il volto in qualcosa di sospeso tra l'umano e il poetico.
Da quando le luci si spengono e Asisyai, il clown, cammina sul palco, ci si ritrova in una dimensione onirica in cui tutto sembra possibile. A rendere possibile tutto ciò è uno degli elementi più straordinari dello spettacolo: la scenografia, che può passare da luminosa, gioiosa e innocente a buia, tetra e persino spaventosa, in maniera del tutto imprevedibile. Ogni elemento ha vita propria, come se volesse partecipare attivamente alla storia. Accompagnata da una musica avvolgente, ogni scena catapulta lo spettatore in un mondo fatto di magia e immaginazione, in cui i clown si fanno guide silenziose. La linea che divide il palco dalla platea è sottile, e non è raro vederla infranta più volte: i personaggi interagiscono con il pubblico in modi sempre diversi, spesso servendosi degli stessi elementi della scenografia per farlo.

Tra i tanti momenti indimenticabili che Slava regala, spicca una chiamata alla ribalta del tutto non convenzionale: palloni giganti gonfiabili vengono lanciati sul pubblico, trasformando la sala in un momento di festa pura in cui grandi e piccini giocano e si divertono allo stesso modo. E mentre in platea tutti sorridono per un istante tanto inaspettato quanto toccante, gli attori sul palco ringraziano il pubblico con i loro inchini.
Si esce dal teatro con emozioni difficili da definire: molti sorridono, molti piangono, ma sono le risate dei bambini quelle che davvero scaldano il cuore. Slava's Snowshow ha descritto la gioia in maniera innocente e pura, senza usare una sola parola, ma con un'intensità tale da avere la sensazione di scoprire cosa sia la felicità per la prima volta. Polunin sembra essere riuscito perfettamente nella propria impresa, come lui stesso aveva sempre sperato: «Ciò che amo di più del teatro è la sua magia. In origine il teatro nasce come rituale, come atto magico e come esperienza estetica, ma col tempo la componente magica è andata svanendo. Io vorrei riportarla in vita.»





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